Ti racconto il mio parto #16

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Mi chiamo Francesca e il 14 ottobre ho partorito la piccola Eleonora.

Il tema della violenza ostetrica lo sento in modo particolare perché ho in famiglia il grosso trauma di mia sorella che ancora dopo otto anni fa fatica a raccontare il suo parto. Quando è toccato a me ho pensato che cambiare ospedale mi avrebbe protetto, ma purtroppo mi sbagliavo, credo che il problema non sia semplicemente l’ospedale in cui nasce il tuo bambino, ma l’intero sistema.

Ho 45 anni e, con il diabete gestazionale e la crescita della bimba in rallentamento, i medici hanno deciso di indurmi il parto alla quarantesima settimana senza aspettare oltre per la sicurezza mia e di mia figlia. A differenza di molte altre mamme, ho avuto la fortuna che la terapia di induzione facesse effetto al primo colpo, alle 9:30 del mattino mi sono state somministrate due pasticche di prostaglandine e alle 10 avevo già le contrazioni che sono diventate sempre più forti dopo poco.

In breve dopo circa 5 ore e 2 dosi di farmaco, altro che prodromi, avevo già le contrazioni forti ad intervalli regolari di circa 30 secondi. Tutto a dir poco perfetto se non fosse che la mia “compostezza” nell’affrontare il travaglio ha fatto sì che né le ostetriche né i medici verificassero lo stato della mia dilatazione.
A detta loro, non c’era “pathos”, non urlavo abbastanza per essere presa in considerazione.

Ho una soglia del dolore molto alta, questo è vero; quindi, ho cercato di gestire la sofferenza con il respiro, come mi è stato insegnato al corso preparto, ma evidentemente per il personale medico solo le urla strazianti corrispondono ad un travaglio attivo e se mancano quelle non vale neanche la pena perdere tempo con un controllo approfondito.

Solo quando ho vomitato per l’enorme dolore provato dalle ultime contrazioni, l’ostetrica di turno si è convinta a visitarmi e solo in quel momento ha realizzato che ero di 8 cm e che la bimba era già incanalata.

È nata dopo 45 minuti, stavo rischiando di partorirla in reparto.
Spero che anche la mia storia possa essere utile alla causa.

AMINa ODV

La nostra missione è quella di promuovere un parto consapevole, rispettato e positivo in Italia e nel mondo. Partiamo dal presupposto che al momento molte donne sono vittime di violenza ostetrica, oppure mancano di accesso ai servizi di assistenza di base. Attraverso attività di sensibilizzazione e di cooperazione allo sviluppo, AMINa mira a promuovere una diversa cultura del parto, che valorizzi le differenze e consideri partoriente e nascituro come soggetti e non come oggetti dell’azione.

Immaginiamo un mondo in cui il parto venga affrontato con la giusta consapevolezza e possa essere un momento positivo e trasformativo per la partoriente ed il nascituro. Un mondo in cui la vita ed il venire al mondo vengano valorizzati, così come il rispetto delle diversità e del percorso di vita di ognuna/o.

Crediamo che la diversità sia una ricchezza; crediamo nelle doti innate della partoriente e del nascituro nel momento del parto; crediamo che questo debba essere affiancato dalle opportunità offerte dalla medicina e che la nascita dovrebbe essere al centro di ogni agenda politica poiché riguarda l’intera umanità e non dev’essere relegata al solo universo femminile. Crediamo che il parto possa essere una straordinaria esperienza trasformativa.

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