Ti racconto il mio parto #22

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È la sera tardi del 8 ottobre 2025. Sento la pancia tesa dopo una giornata movimentata. Ma, come mi è già successo tante altre volte, niente di nuovo. Domani è la tua data presunta. Ci hanno calcolato la bella data di 9 di ottobre…ma sapevo che solo pochissimi bambini nascono proprio in quella data. Mi sono resa conto, che non avevo ancora preparato la mia borsa nel caso in cui dovessimo andare in ospedale. E così ho iniziato a prepararla. Ho messo dentro 3 cambi per te, le tutine e body, un paio di calzini minuscoli…e il cappellino. Per me invece solo l’intimo, le calze, gli assorbenti post-partum e nulla di più. Ho lasciato quel borsone semivuoto nel corridoio e nella piena fiducia che non ne avrei mai avuto alcun bisogno. Era ormai passata mezzanotte e ho preso delle gocce di Bach con la fiducia di potermi addormentare. Ma niente. Sono coricata nel letto e sento qualcosa di diverso. Un’eccitazione nell’ attesa del parto, ma nello stesso momento una grande stanchezza e voglia di dormire. A un certo punto chiudo gli occhi e mi addormento. Sfortunatamente solo per pochi minuti, in quanto alle 2:30 circa mi sveglio di colpo perché ho sentito bagnato sotto di me. Controllo subito; è il liquido amniotico. Ci siamo. Hai deciso. 

Chiamo subito la mia ostetrica per dirle questa notizia e sveglio anche il mio compagno e papà della creatura che stava per venire alla luce. Dopo parlato con la mia ostetrica, mi metto sotto una traversa monouso a protezione del materasso, ma non riesco più ad addormentarmi. Avviso anche la mia doula… sono in dormiveglia. 

Nove mesi di lunga attesa che, all’improvviso, si stava accorciando velocemente. Cercavo di riposare, ma non riuscivo. Ero troppo entusiasta. Mi domandavo: chissà quando arriveranno le contrazioni regolari e quando entrerò nel travaglio attivo. Il resto della notte lo passo con gli occhi socchiusi, meravigliandomi che da lì a breve saresti venuta/o al mondo proprio il 9 di ottobre. 

È di nuovo mattina e quando il sole inizia a ergersi sopra ai palazzi fuori dalla finestra, mi raggiunge una delle ostetriche che ho scelto per assistermi. Ho qualche contrazione, ma per ora ancora abbastanza irregolari. Poco dopo controlla il battito del bambino: risuona forte e rapido nello strumento con un ritmo regolare: è tutto a posto. D’ora in poi non mi soffermerò più nel raccontare le numerose volte in cui è stato monitorato il ritmo cardiaco, perché la mia ostetrica l’ho prendeva circa ogni ora se non di più. Mi viene proposto di fare la moxibustione (tecnica della medicina tradizionale cinese per aiutare ad avviare il travaglio attivo) e io acconsento. L’avevo già fatto durante il mio primo parto e questo rituale lo sentivo come propiziatorio e di buon auspicio. Mi stendo dunque sul divano della sala e mi riposo mentre la mia ostetrica prosegue con cura con la moxibustione. Attendiamo. 

Nel frattempo saluto Gaia, la nostra bimba, che esce con la tata per recarsi allo spazio gioco e le diciamo che la sua sorellina o fratellino stava per nascere. 

In attesa che le contrazioni diventassero più regolari, la mia ostetrica si allontana per un po’ lasciandomi in compagnia della mia doula che nel frattempo ci aveva raggiunte. Ho voglia di muovermi. Mi metto sulla palla che uso per fare yoga. Mi appendo alle maniglie del trx che pendono dal muro. Faccio del mio meglio per sfruttare la gravità e aiutare il mio bambino a posizionarsi bene. 

È ormai pomeriggio; Gaia è tornata dallo spazio gioco e ora sta dormendo tranquilla. Provo la stessa necessità e lo stesso bisogno di riposare. L’ostetrica ritorna da me insieme alla seconda ostetrica. Siamo completi. Non vedo l’ora di incontrare la nostra creatura. La mia ostetrica mi suggerisce: vai a letto e riposati. Chiuditi nel buio. E così faccio. Porto con me solo la mia candela e mi chiudo al buio nella stanza. Cerco di scollegarmi dal mondo esterno e, in effetti, le contrazioni iniziano a essere molto più forti e regolari. 

Gaia viene a salutarmi. Andrà a casa della nostra tata per stanotte. Viene da me nel lettone, mi abbraccia con sorprendente delicatezza e mi tiene abbracciata. Ed ecco la prima onda di ossitocina che arriva. Le contrazioni iniziano a essere molto più intense. Ed era questo di cui avevo bisogno. Dell’ Amore. Grazie mia dolce Gaia. Dopo che va via chiamo Matteo, il mio compagno. Stai qui con me per favore, gli dico. Mi tiene le mani. Mi abbraccia. Mi bacia…e arriva la seconda onda di ossitocina. 

Piano piano mi alzo. Vado nel salotto dalle mie ostetriche e dalla mia doula e dico: ci siamo. Mi sento nel travaglio attivo… e non parlo più, mi sento sempre più disconnessa dal mondo e invece sempre più connessa con il mio corpo e con il mio bambino. Non mi interessa più cosa accade fuori. Erano circa le 17:30. L’ostetrica mi chiede gentilmente, posso ora visitarti? Le rispondo, va bene, puoi. 

Sei aperta a 3 cm, benissimo! E io da quel momento sentivo che mancava veramente poco per poter finalmente abbracciarti. Sento di voler entrare in vasca. Il mio corpo ha bisogno dell’acqua calda. Tra poco la vasca è pronta e io piano entro. Mi metto su fianco. Il mio compagno mi tiene la mano. Chiudo gli occhi e mi immergo… dentro di me. Dentro il mio mondo. Dentro il mio corpo. Inizio a vocalizzare. Con ogni contrazione che arriva, ormai fortissima e potente – canto. Canto un profondo OMM con ogni contrazione che arriva. Non scorderò mai quella sensazione. Sento che mi sto aprendo e sento letteralmente lo spazio nel mio bacino. Con ogni mio OMM diventa sempre più ampio. Che velocità all’improvviso. Dopo neanche un’ora in vasca sento il bisogno di uscirne. Le mie ostetriche dicono che posso stare ancora dentro se voglio, ma il mio corpo mi dice: esci. Esco con l’aiuto perché da sola non c’è la faccio più. E nel frattempo sussurro alla mia ostetrica: sono a 7 cm. Chissà cosa ha pensato in quel momento, ma io veramente riuscivo a sentire quello spazio dentro di me. 

Mi sposto nel soggiorno. Appesa alle braccia del mio compagno. Sento la mia musica in sottofondo… balliamo un pochino… o almeno ci sto provando per un attimo. Sento la forza della gravità e piano piano mi abbasso. Accovacciata, nelle braccia di Matteo.  

All’improvviso, sento di dover stendermi su fianco destro. Era questa la posizione del mio primo parto. Stesso soggiorno. Stessa posizione. Mi sento così sicura e protetta come non mai. Mi trovo nella posizione sul fianco destro e con il ginocchio e la gamba sinistra rialzata. Sento il bisogno di urlare ad ogni contrazione. Urlo sempre di più come un’animale. Di più non riesco. Sento il bisogno di spingere e spingo. Poi si ferma tutto per un attimo, nell’attesa della prossima contrazione. E mi fermo anche io. Ascolto il mio bambino che sta scendendo. Attendo, per accompagnarlo con la spinta. Lo sento molto deciso nel scendere.  

È molto veloce. Mi dà i segnali chiari di quando spingere. E io lo attendo e lo accompagno con la spinta e con un urlo potente. Con ogni contrazione e ogni spinta sento che la sua testa si fa strada e mi apre. Ogni volta un po’ di più. 

La mia ostetrica mi disse: accompagna con la spinta. Quella parola è diventata un mantra per me. Accompagnare il bambino. Sentire il suo ritmo. Non entrare nella paura, ma abbracciare quella onda, starci dentro e poi lasciar andare… Sento la testa del mio bambino che si fa strada, un po’ avanti e un po’ indietro… fa così per diverse volte… io accompagno… e sta volta spingo con tutto il mio essere è proprio la spinta finale, sento, ultima… e la nostra creatura nasce. 

La cosa buffa è che verso la fine stringo le mani del mio compagno e non le mollo. Quindi non può prendere la nostra creatura che è letteralmente atterrata sulla mia coscia e poi sul materassino morbido sotto di me. Con un’unica grande spinta è uscita tutta. Testina, spalle, corpicino e piedini. Le mie ostetriche sapevano che avremmo desiderato prendere noi il bambino nel momento in cui sarebbe uscito. Mi sento in un altro mondo. Parlo poco. Prendo la mia creatura e la avvicino. Mi aiutano a metterla sulla pancia. Sento un grande sollievo e una enorme onda di ossitocina, Amore puro, felicità e gratitudine profonda.  

È passata circa mezz’ora e io con la nostra creatura sulla pancia attendiamo la Tua sorella gemella Placenta. Sento il caldo che si è creato tra di noi. Sto, stiamo così bene. La mia ostetrica mi disse: non ti sei lacerata neanche un po’. Non c’è nulla.  E poi mi chiede: cerca di spingere un po’ per far uscire la Placenta. Io mi impegno. Ed eccola. C’è l’abbiamo fatta senza puntura. Sono felice. Mettono con cura la Tua Placenta dentro la ciotola di vetro apposta.  Siamo complete. Felicità immensa. Guardo Matteo e piango. Finalmente posso attaccare la nostra creatura al seno perché finché la Placenta era dentro il cordone risultava corto e non l’ho permetteva. Ti sei attaccata con qualche aiuto e per la prima volta hai iniziato di poppare. 

Niente vitamina K, niente crema antibiotica negli occhi. Per nostra scelta informata. Con i nostri tempi ti abbiamo pesata e misurata. Ma io guardo solo te e i tuoi occhi. Il tuo viso. In realtà non so ancora il sesso e sinceramente non mi interessa in questo momento. Mi interessa solo che ci sei. In piena salute. Mi sento letteralmente ubriaca da tutta quella ossitocina e dal cocktail di ormoni che il mio corpo ha rilasciato. Attendo la mia vera curiosità e tutti sanno che voglio esserlo io a scoprire il sesso del bambino. Giro il mio sguardo verso le mie ostetriche e doula e vedo che si stanno abbracciando forte e saltano insieme di gioia. È bellissimo vederle così. Mi sa che abbiamo tutti fame. È ormai mezzanotte. Ci mettiamo tutti alla tavola in sala e mangiamo la torta salata che ci ha gentilmente preparato la tata di Gaia. È buonissima. La nostra creatura nelle mie braccia avvolta in un asciugamano morbido con la sua Placenta attaccata, appoggiata accanto me sulla sedia. Il cordone è diventato tutto bianco e freddo.  

Sento ora, all’improvviso, questa curiosità e quindi ti scopro un attimino per vedere…e per scoprire quello che intuivo già durante tutta la gravidanza. Stavolta non mi sbagliavo. Benvenuta Thea, le sussurro dolcemente. E sorrido. Anche adesso mentre scrivo queste parole. Profonda gratitudine ai miei custodi della nascita, a Gaia e a Matteo, alla gatta Megan…e, infine a me, che mi sono permessa di vivere questa esperienza appieno. Per la seconda volta, Grazie di cuore. 

AMINa ODV

La nostra missione è quella di promuovere un parto consapevole, rispettato e positivo in Italia e nel mondo. Partiamo dal presupposto che al momento molte donne sono vittime di violenza ostetrica, oppure mancano di accesso ai servizi di assistenza di base. Attraverso attività di sensibilizzazione e di cooperazione allo sviluppo, AMINa mira a promuovere una diversa cultura del parto, che valorizzi le differenze e consideri partoriente e nascituro come soggetti e non come oggetti dell’azione.

Immaginiamo un mondo in cui il parto venga affrontato con la giusta consapevolezza e possa essere un momento positivo e trasformativo per la partoriente ed il nascituro. Un mondo in cui la vita ed il venire al mondo vengano valorizzati, così come il rispetto delle diversità e del percorso di vita di ognuna/o.

Crediamo che la diversità sia una ricchezza; crediamo nelle doti innate della partoriente e del nascituro nel momento del parto; crediamo che questo debba essere affiancato dalle opportunità offerte dalla medicina e che la nascita dovrebbe essere al centro di ogni agenda politica poiché riguarda l’intera umanità e non dev’essere relegata al solo universo femminile. Crediamo che il parto possa essere una straordinaria esperienza trasformativa.

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