La violenza ostetrica è un fenomeno oggettivo o soggettivo?

Una donna racconta in un forum su Facebook di aver subito episiotomia e manovra di Kristeller perché il bambino aveva il cordone attorcigliato al collo e dice di essere grata che il tutto sia stato effettuato senza il suo consenso, perché altrimenti si sarebbe spaventata troppo.

E poi si chiede come mai tante altre che hanno vissuto esperienze simili parlino di violenza ostetrica, mentre lei non sente affatto di aver subito una forma violenza. Paragona l’ostetrico che l’ha sostenuta ad un angelo e si chiede: “ma non è che la violenza ostetrica è in realtà soggettiva? Sono io a non rendermi conto di ciò che ho subito o davvero dipende dalla percezione di ciascuna di noi?”.

C’è chi ha vissuto come una violenza la negazione dell’epidurale, chi l’induzione, chi ha benedetto la manovra di Kristeller e l’episiotomia perché sfinita dal lungo travaglio voleva solo arrivare alla fine di un percorso ad ostacoli. Chi si è sentita solo “un pezzo di carne nelle loro mani” e da come lo scrive fa trasparire tutta l’amarezza nei confronti dell’esperienza vissuta.

La domanda è interessante, soprattutto in questi giorni in cui tanto si parla di violenza ostetrica, così come lo sono i commenti al post. La parole chiave che vediamo emergere sono fiducia (l’importanza di stabilire un rapporto di fiducia con l’operatore che assiste il parto, possibilmente prima, durante e dopo la nascita, attraverso il concetto di “continuità della cura”), comunicazione ed empatia, un modo di porsi che permetta di sentirsi rispettate, accolte, ascoltate e non prevaricate. Emerge anche la parola paura, che può prendere il sopravvento sulla psiche della partoriente e portare ad un esito che la donna non esita a definire “fallimento”, perché il parto non è stato come lo aveva immaginato.

Sul banco degli imputati viene messo il sistema, auspicando che possano essere pensati ed applicati protocolli più rispettosi per la partoriente e che ci possa essere un vero e proprio cambiamento culturale. Ma quando c’è di mezzo la vita, come nel caso del parto, delle misure applicate in extremis (anche senza il consenso della partoriente) sono comunque giustificabili come strumento per salvarla?

Delle linee guida e definizioni internazionali esistono già dal 1985 quando l’OMS ha pubblicato le proprie raccomandazioni sull’assistenza durante la gravidanza, il parto e il post partum, raccomandazioni aggiornate nel 2018 che parlano chiaramente di parto rispettato, continuità della cura, supporto emotivo da parte di un/a compagno/a scelto/a dalla partoriente, buona comunicazione da parte degli operatori sanitari, strategie di riduzione del dolore.

È da qui che è necessario partire per ripensare il sistema, a favore delle partorienti, delle loro famiglie e degli stessi operatori sanitari che le assistono.

AMINa ODV

La nostra missione è quella di promuovere un parto consapevole, rispettato e positivo in Italia e nel mondo. Partiamo dal presupposto che al momento molte donne sono vittime di violenza ostetrica, oppure mancano di accesso ai servizi di assistenza di base. Attraverso attività di sensibilizzazione e di cooperazione allo sviluppo, AMINa mira a promuovere una diversa cultura del parto, che valorizzi le differenze e consideri partoriente e nascituro come soggetti e non come oggetti dell’azione.

Immaginiamo un mondo in cui il parto venga affrontato con la giusta consapevolezza e possa essere un momento positivo e trasformativo per la partoriente ed il nascituro. Un mondo in cui la vita ed il venire al mondo vengano valorizzati, così come il rispetto delle diversità e del percorso di vita di ognuna/o.

Crediamo che la diversità sia una ricchezza; crediamo nelle doti innate della partoriente e del nascituro nel momento del parto; crediamo che questo debba essere affiancato dalle opportunità offerte dalla medicina e che la nascita dovrebbe essere al centro di ogni agenda politica poiché riguarda l’intera umanità e non dev’essere relegata al solo universo femminile. Crediamo che il parto possa essere una straordinaria esperienza trasformativa.

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