Oggi gli spazi del parto sono spesso asettici. Immaginarseli diversi è l’inizio di una rivoluzione necessaria

Nicoletta Setola e Alessia Macchi sono ricercatrici del Centro TESIS dell’Università di Firenze, dove si occupano di edilizia sanitaria con un obiettivo chiaro: progettare spazi che mettano davvero al centro le persone. Con questo obiettivo hanno sviluppato una linea di ricerca specifica sugli ambienti per la maternità e la nascita.

Come siete arrivate a occuparvi proprio degli spazi del parto? È stato un percorso professionale puro o c’è stata anche una dimensione personale?

Setola: Per me è nato tutto da un incontro fortunato con un’ostetrica che lavorava in un centro nascita. Le stavo raccontando le mie ricerche sugli ospedali quando lei mi ha detto, con grande franchezza: «Bisogna fare qualcosa per la nascita: l’ambiente influenza profondamente il comportamento di chi assiste e l’esperienza delle donne». Da lì è partito tutto. Siamo entrate in una rete europea e internazionale, collaborando con ricercatori in Australia, Stati Uniti e Canada e abbiamo sviluppato il nostro progetto.

Macchi: Io ho iniziato a lavorare con Nicoletta nel 2018, portando la mia esperienza sulla coprogettazione e sugli ambienti sensoriali. Poi, nel 2020, ho vissuto in prima persona la maternità. Grazie al lavoro di ricerca fatto con Nicoletta, ho acquisito una consapevolezza elevatissima sull’importanza degli spazi e sulle possibili scelte nel percorso nascita. Avendo avuto una gravidanza a basso rischio, ho potuto scegliere consapevolmente un percorso fisiologico in un ospedale che disponeva di stanze per il parto naturale. Sapere che esisteva quella possibilità architettonica è stato fondamentale per la mia esperienza: l’ambiente non è stato un dettaglio, ma un elemento centrale del mio parto.

Perché l’ambiente è così determinante durante il parto? Al cuore di AMINa c’è anche il lavoro per la crescita della consapevolezza dei diritti attorno al parto, che è spesso una questione culturale. Il mio sospetto è che molte donne non sappiano nemmeno di poter desiderare spazi dedicati…

Setola: E invece è importantissimo per un buon parto! L’ambiente agisce su due livelli fondamentali. A livello fisiologico, uno spazio caldo e accogliente favorisce la produzione di ossitocina e riduce stress e paura. Ma c’è un secondo livello, più sottile, legato al modo in cui l’ambiente induce determinati comportamenti. Se in una stanza l’unico arredo visibile è un letto medico posto al centro, circondato da apparecchiature, la donna riceve un messaggio implicito: deve restare seduta o sdraiata, diventando un soggetto passivo inglobato nel sistema medico. Al contrario, un ambiente flessibile permette all’ostetrica di adattare lo spazio alle esigenze del momento, spostando elementi, regolando le luci o aggiungendo un tappeto, restituendo centralità alla partoriente.

Macchi: Il vero ostacolo è l’immaginario collettivo. Da settant’anni il cinema e la cultura popolare ci mostrano il parto sempre nello stesso modo: donna supina, luci fredde, ambiente medico. È difficile scegliere un’altra strada se non si conosce nemmeno l’“Opzione B”. Ma dobbiamo partire da una riflessione di base: l’essere umano è sempre inserito in uno spazio fisico. È strano pensare che il contesto in cui svolgiamo attività così cruciali non ci influenzi. Nella nostra visione, lo spazio fisico è un vero e proprio interlocutore per la donna, capace di suggerire comportamenti o di supportare i processi fisiologici del corpo durante il parto.Fine modulo

Proviamo allora a costruire questo nuovo immaginario. Come dovrebbe essere, architettonicamente e sensorialmente, un luogo del parto ideale?

Setola: un principio fondamentale è nascondere la tecnologia: monitor, gas e strumentazioni devono essere integrati in mobili o armadi. Devono essere pronti all’uso per garantire sicurezza, ma non devono rimanere a vista per non generare ansia. Altro elemento chiave è il filtro: un ingresso protetto, magari con una tenda o un piccolo disimpegno, che segnali mentalmente il passaggio a uno spazio sicuro e separato dal corridoio ospedaliero.

Macchi: dal punto di vista sensoriale, la luce è protagonista: deve essere naturale quando possibile, altrimenti artificiale ma regolabile in intensità e temperatura di colore. Ma sono coinvolti tutti i sensi. Contano moltissimo anche la vista – poter guardare un giardino o elementi verdi – e l’acustica: non si tratta solo di schermare i rumori dell’ospedale, ma di lavorare sulla conformazione geometrica della stanza.

Usiamo la rifrazione per evitare l’effetto ‘eco’ o ‘cavea’, rendendo l’ambiente acusticamente confortevole sia per chi è dentro sia per chi sta fuori, rispettando la libertà della donna di esprimersi vocalmente senza ansie. Anche la luce deve essere dinamica: non consigliamo pareti con colori statici, ma superfici neutrali che possono essere personalizzate attraverso l’illuminazione artificiale, regolandone intensità e colore a seconda del momento. Il tema della luce è cruciale: non solo la qualità e l’intensità, ma anche la possibilità di scegliere una colorazione, perché il sensoriale sposa tantissimo il soggettivo.

Lo stesso vale per l’olfatto, che è legato a un istinto primordiale. Negli ospedali bisognerebbe limitare l’odore asettico e medicinale per tornare a una condizione di neutralità. Spesso è molto più efficace un oggetto personale che porti con sé l’odore di casa rispetto a un olio essenziale proposto dalla struttura, perché l’odore familiare dà una sicurezza che è garantita al 100%. Poi c’è il tatto: meglio materiali caldi e morbidi rispetto all’acciaio freddo.

E per quanto riguarda le forme? Si parla spesso dell’importanza delle linee curve…

Setola: assolutamente sì. Le forme curve trasmettono immediatamente un senso di accoglienza e protezione. Il nostro cervello le percepisce come più sicure rispetto alle griglie ortogonali tipiche degli ospedali. Anche in una struttura rettangolare si può intervenire con pareti mobili, arredi curvi e nicchie che creano micro-spazi più intimi e avvolgenti.

Qual è oggi la situazione in Italia? Siete ancora considerate delle pioniere o c’è stata una vera apertura su questi temi?

Setola: tra il 2014 e il 2020 abbiamo assistito a un movimento importante, culminato con le linee guida del Ministero della Salute nel 2017 per le aree a basso rischio ostetrico. È stato un periodo di grande fermento in cui abbiamo collaborato con ASL come quelle di Grosseto e Reggio Emilia per ripensare i poli materno-infantili attraverso processi di codesign con gli operatori. Purtroppo, dopo l’emergenza Covid, questo slancio sembra essersi esaurito. La crisi economica del sistema sanitario ha esacerbato la mancanza di fondi e ha riportato in auge logiche puramente manageriali, dove il tema della qualità dello spazio e dell’umanizzazione del parto è passato in secondo piano rispetto all’ottimizzazione dei costi e delle griglie ospedaliere tradizionali.

Per concludere, come possiamo aiutare le donne a riappropriarsi della loro immaginazione sul parto?

Setola: uno strumento molto utile è il Global Birth Environment Design Network, insieme al database che abbiamo curato con Decasi Studio: raccoglie casi studio virtuosi da tutto il mondo, con immagini, descrizioni e testimonianze dirette.

Macchi: un altro approccio molto potente è proporre questionari non retrospettivi (“com’è andata?”), ma proiettivi: “Come te lo immagini? Che luci, colori, suoni vorresti intorno a te?”. Dobbiamo mettere in circolo domande che stimolino il desiderio e aiutino a visualizzare un’esperienza diversa. Il nostro lavoro ha due spinte parallele: da un lato lavorare sui progettisti perché non trattino le aree della nascita come un qualsiasi reparto ospedaliero, e dall’altro agire sulla consapevolezza delle donne, aiutandole a decostruire le vecchie immagini per sostituirle con qualcosa di più accurato e sensibile.