La ricercatrice Sara Fariello ci illustra lo studio internazionale più aggiornato sul fenomeno
Torniamo ad approfondire un tema che ci sta a cuore, quello della violenza ostetrica, con questa intervista a Sara Fariello, ricercatrice all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e tra le massime esperte del tema in Italia. Sara ha collaborato ad un volume fondamentale, Obstetric Violence as Gender Based Violence – What it is, how it is perceived, and how it can be addressed, frutto di una dettagliata ricerca sui diversi aspetti di un fenomeno ancora largamente tabù.
Il risultato è una ricerca che non punta il dito contro i singoli operatori, ma smonta un sistema, fatto di gerarchie mediche rigide, modelli di assistenza ancora troppo tecnocratici, un Sud Italia dove la cesarizzazione sfiora percentuali da record, e un Nord Europa che solo ora, con il Portogallo, inizia a dotarsi di leggi specifiche.
Con lei proviamo a capire cosa dice davvero la ricerca, perché parlare di “reato” rischia di essere la strada sbagliata, e cosa dovrebbe cambiare davvero nelle sale parto italiane.
Quali sono le principali evidenze emerse dalla ricerca?
L’obiettivo era portare alla luce la violenza ostetrica come forma di violenza di genere e violazione dei diritti delle donne, partendo da un punto di vista poco esplorato: quello di chi lavora in sala parto. La ricerca, di taglio qualitativo, ha guardato al mondo delle ostetriche -i rapporti gerarchici, le asimmetrie di potere, i conflitti nell’équipe, la percezione soggettiva del fenomeno. Ne esce un quadro chiaro: questa violenza è spesso normalizzata e interiorizzata, agita senza piena consapevolezza. Pesano i limiti all’autonomia professionale delle ostetriche rispetto alla figura ancora dominante del medico ginecologo, ma anche le differenze tra modelli di assistenza (come la midwifery-led care) e tra generazioni e background culturali diversi.
L’OMS ha deliberatamente evitato di usare il termine “violenza” nei suoi documenti ufficiali. Pensi che questa scelta abbia rallentato il riconoscimento globale del fenomeno, e cosa dovrebbe fare l’OMS di diverso?
No, non credo ci sia stato un vero e proprio rallentamento. Piuttosto, credo che un atteggiamento più “cauto” abbia favorito una riflessione più completa ed equilibrata sul fenomeno che, essendo complesso e multidimensionale, necessita di un approfondimento maggiore al di là di rischiosi processi di stigmatizzazione e criminalizzazione del personale sanitario. Aver parlato di abusi e maltrattamenti durante l’assistenza alla nascita è stato comunque un passo importante nel riconoscimento sociale e globale del fenomeno.
Quali paesi o sistemi sanitari stanno facendo meglio nella prevenzione della violenza ostetrica, e cosa potrebbe importare l’Italia dal loro approccio?
Non è facile dirlo: in paesi come il Portogallo le leggi sono recentissime, e ci vorrà tempo prima di poterne valutare l’impatto reale. Personalmente diffido di un approccio repressivo-punitivo. In Italia, la proposta di legge Zaccagnini, poi bloccata, voleva introdurre un vero reato di violenza ostetrica, con pene fino al carcere. Un orientamento che rischia di polarizzare tutto, mettendo partorienti e ostetriche l’una contro l’altra. Quello di cui c’è bisogno, invece, è una nuova alleanza tra donne: l’empatia che si costruisce durante l’assistenza al parto nasce dalla fiducia e dal rispetto reciproco, non da un obbligo di legge. Protocolli e linee guida servono, ma alla fine ciò che conta davvero è il legame umano tra le persone coinvolte nella nascita.
La violenza ostetrica colpisce in modo sproporzionato donne nere, povere e appartenenti a minoranze, ma il dibattito la racconta ancora come un fenomeno neutro. Come si corregge questa distorsione?
Portando l’ottica intersezionale dentro la ricerca, non solo nei paesi dove il fenomeno è più marcato, ma anche in Occidente, dove a farne le spese sono spesso le donne migranti. Molte delle ostetriche che abbiamo intervistato ci hanno raccontato episodi avvenuti con pazienti di colore, complicati dalla barriera linguistica e culturale. Ecco perché la formazione del personale resta centrale.
Il volume sostiene che la violenza ostetrica sia un fenomeno strutturale, non il frutto di comportamenti individuali. Come si traduce questo in proposte concrete, oltre alla formazione?
Puntando su standard operativi condivisi: l’obiettivo finale del lavoro di raccolta dati e confronto tra i diversi contesti è arrivare a linee guida e buone pratiche vere e proprie. E poi immaginando modelli alternativi a quello medicalizzato, valorizzando figure come le ostetriche e i loro ordini professionali, sia in ambito pubblico che privato, per un’assistenza meno centrata sulla tecnica e più sulla persona.
La Campania ha il tasso di cesarei più alto in Italia, la Toscana il più basso. Cosa spiega un divario così ampio, e quanto pesa la cultura professionale locale rispetto alle condizioni strutturali?
Al Sud le nuove forme di assistenza ostetrica sono state introdotte solo in parte, in modo disomogeneo, dentro un sistema che resta complesso e problematico. Una professionalizzazione incompleta, condizioni di lavoro difficili e risorse scarse ostacolano modelli di assistenza integrata – ed è in quel vuoto che la violenza ostetrica trova spazio. Ci sono poi altri fattori: le credenze diffuse sul parto, una formazione ancora inadeguata, una rappresentanza politica debole, il predominio di modelli tecnocratici. La regionalizzazione della sanità italiana complica ulteriormente le cose, riproducendo squilibri territoriali che diventano dannosi ovunque non venga rafforzato il ruolo delle ostetriche e la voce delle donne.
Le ostetriche che hai intervistato operano in un contesto dove la subordinazione gerarchica appare ancora molto marcata. Questa gerarchia è percepita da loro? E come incide sulla pratica quotidiana?
Si, quasi tutte le intervistate hanno descritto le relazioni interprofessionali tra ostetriche e medici come fortemente asimmetriche e gerarchiche. Questa gerarchia in sala parto si traduce in una mancanza di autonomia professionale per cui le ostetriche, che sono direttamente responsabili per la gestione del travaglio e del parto fisiologico, si trovano spesso costrette ad accettare decisioni mediche con cui non concordano. Inoltre, molte ostetriche riferiscono di sentirsi sminuite dai medici e dalle donne che assistono che le trattano più come domestiche che come professioniste sanitarie qualificate. Ecco perché il contrasto alla violenza passa necessariamente dalla valorizzazione e dal riconoscimento sociale del ruolo ostetrico.
Ci sono differenze tra ostetriche ospedaliere e libere professioniste nel modo di percepire e nominare la violenza ostetrica? E tra le più giovani e le veterane?
Assolutamente sì. Chi ha scelto la libera professione ha una visione molto più netta del fenomeno. Le ostetriche ospedaliere tendono a essere più caute, e insistono soprattutto sulla mancanza di comunicazione con le pazienti e sulle condizioni di lavoro difficili, che favoriscono comportamenti aggressivi. Nei reparti, la distanza generazionale genera anche tensioni concrete: le più giovani puntano sul concetto di fisiologia per rivendicare più autonomia decisionale, e insieme una maggiore attenzione all’autodeterminazione delle donne e al loro coinvolgimento pieno in gravidanza e parto.
Quali lacune restano aperte per la ricerca futura?
Servirebbe continuare a raccogliere dati qualitativi, anche per superare le difficoltà che abbiamo incontrato nel coinvolgere alcuni professionisti. Ad esempio, sarebbe utile insistere di più con medici e i primari dei reparti di maternità. E poi c’è un tassello che manca: gli ordini professionali e le altre organizzazioni di categoria, sindacati compresi, che sono leve fondamentali per rafforzare il ruolo delle ostetriche e spingere riforme reali. Non è un caso che le ostetriche italiane siano oggi molto precarizzate, poco sindacalizzate, e fatichino a conquistarsi uno spazio anche politico, a differenza delle colleghe britanniche, che negli ultimi decenni sono riuscite ad affermarsi come categoria forte, autorevole e autonoma.

